Females. Mothers. Wives.

Smiling, Sensual, Sexual, Alive.

Dancing Bodies and Souls,

burning Fires.

And butstill women.

Nobody has the right to put them out.

Verso una cultura di genere

di Marta Cattaneo

Solo recentemente è stato coniato il termine femminicidio inteso come “uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento della donna e del suo ruolo sociale”1 . Secondo i dati dell’ONU, l’OMS ha registrato nel biennio 2010-11 un lento e progressivo declino dei casi a partire dal 1970, tendenza riscontrata nella maggior parte degli Stati Europei. E’ un dato confortante ma non sufficiente se si conta che nell’ultimo anno in Italia più di 400 donne sono state uccise, talvolta dopo aver subito violenza. Una diminuzione delle vittime è un primo obiettivo ma non di per sé sufficiente.

Questo fenomeno non è altro che la punta di un iceberg  e la violenza sulla donna è molto più ampia ed estesa. Secondo Roberto Lodigiani , “femminicidio è un termine forte ma che rende l’idea. E’ l’olocausto patito dalle donne che subiscono violenza: da Nord a Sud, per aggressioni domestiche e fuori casa, per casi meno eclatanti o finendo all’ospedale quando non al cimitero. Per mano di famigliari, compagni, congiunti per lo più.”3

Anche i casi di molestie sessuali nei luoghi di lavoro e nelle scuole hanno visto una decrescita e, soprattutto, le vittime hanno oggi maggiori risorse. Nella prevenzione di questi casi hanno giocato un ruolo importante le Istituzioni, le molteplici associazioni di cura e ascolto della donna, nonché i nuovi mezzi di comunicazione, come il mondo digitale ad esempio, che hanno permesso un più facile e veloce confronto fra le donne e con gli uomini.2

Si può parlare pertanto di una “violenza di genere” o, se vogliamo utilizzare una bella immagine del sociologo Pierre Bourdieu, di una “violenza simbolica”4. In effetti in una società che si proclama paritaria sono ancora troppe le diversità di genere, forti le disparità nel mondo del lavoro o fra le mura domestiche, dove tante donne subiscono violenza fisica, psicologica, sessuale ed economica spesso in silenzio e, cosa ancora più grave, tra l’indifferenza di chi non vuole vedere o sentire. E’ un processo aberrante che si fonda sugli stereotipi tipici della società e che mostra le forme tossiche e brutali della mascolinità.

Si pensi ad un bambino piccolo. Appena è in grado di avere una certa autonomia copia nell’atto ludico ciò che fanno gli adulti, imitando per lo più il genitore con cui sta maggiormente a contatto, indipendentemente da quale sia il suo sesso. Solo col tempo subentrano i condizionamenti che , sempre secondo Bourdieu, “sono strutture profondamente incorporate le quali, a seconda dei sessi, si apprendono attraverso la maniera di comportarsi, la maniera di sedersi – gli uomini non si siedono come le donne… Attraverso questi apprendimenti corporei vengono insegnate delle strutture, delle opposizioni tra l’alto e il basso…attraverso delle strutture linguistiche si inculcano delle categorie di percezione, di apprezzamento, di valutazione e allo stesso tempo dei principi su cui si basano le azioni…”4

La supposta inferiorità femminile ha radici storiche ben definite, quasi come se la natura stessa della donna fosse secondaria. Escludendo le poche società che si fondano sul matriarcato, le donne hanno ricoperto un ruolo passivo sin dalla preistoria. Se l’uomo era il cacciatore, colui che procurava il cibo e difendeva il proprio territorio, la donna era relegata a semplice nutrice.

Questo divario non è mutato nei secoli successivi, trasformandosi in una dicotomia di casta in cui la differenza, secondo il Professor Salvatore Natoli, era “sia di gerarchia che di valore”.2 All’uomo era aperta la carriera sacerdotale o militare mentre le donne erano assoggettate al signore o, al massimo, potevano rifugiarsi in convento.

La ricerca della parità è dunque una conquista recente, una conquista che passa attraverso una lotta, una lotta ancora tutta in divenire se si considerano le argomentazioni di partenza.

Da un punto di vista prettamente storico possiamo dire che la donna ha iniziato a prendere coscienza di sé con la Rivoluzione francese. Quest’ideale si diffuse presto negli altri stati europei, dove i vari movimenti avevano come  cardine centrale la ricerca di pari diritti in ambito sociale, lavorativo, politico e d’istruzione. Parimenti importante è la dichiarazione dei diritti universali dell’uomo che proprio al secondo comma recita che “a ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella dichiarazione senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso…”.5

Nel 1963 l’importante testo di Betty Friedman, “ La mistica della femminilità” sottolineava quanto la violenza sulle donne fosse “un problema senza nome” e rimarcava che “alle donne degli Stati Uniti viene impedito il pieno sviluppo delle capacità individuali e ciò miete più vittime di qualsiasi altra malattia, in termini di salute fisica e mentale”6.

Ciononostante è con il movimento femminista sessantottino che viene finalmente definito il ruolo centrale del problema, ossia la parità di possibilità sulla base della differenza, il riconoscimento sostanziale da parte delle donne della propria identità in quanto soggetti storicamente diversi.

Nel suo volume “ Donne che corrono coi lupi7 l’autrice, Clarissa Pinkola Estés sottolinea che spesso la vittima tiene per sé un segreto, non da voce ai propri sentimenti, per il timore di infrangere un codice sociale  o morale ritenuto vergognosamente sbagliato per le donne, ma non per gli uomini. L’autrice spiega che, “quando nella psiche c’è un oscuro segreto, la donna non ha la possibilità di avvicinarlo, e anzi si protegge da qualunque contatto con ciò che potrebbe rammentarglielo e far sì che la sofferenza già cronica diventi ancora più intensa.” Nella sua esperienza ha riscontrato che  questa manovra difensiva ha tuttavia esisti struggenti, può sfociare in malattie psicosomatiche ed influenza, in qualsiasi caso, le scelte di ciò che la donna farà o non farà nel mondo esterno. La limitazione della libertà personale è dunque un grosso problema già di per sé.

Il femminismo ha avuto il grande merito di utilizzare il potere delle parole per portare alla luce e affrontare un problema. Molte donne hanno ora la possibilità di esprimersi, di dare voce al loro dolore, alla loro sofferenza. Questo processo è una vera e propria “battaglia delle narrazioni”, come l’ha definita il Center for story-based strategy (Centro di strategie narrative). Il termine “violenza sessuale” è stato, per esempio, utilizzato per la prima volta negli anni settanta ma ha avuto dignità di entrare in un tribunale solo nel 1986. Rebecca Solnit, nel suo articolo “Nuove parole per le donne”8 rileva che la “maggior parte delle parole che sanciscono il diritto della donna a esistere sono in buona parte neologismi” e che “possiamo usare il potere delle parole per portare un significato alla luce, per avere la capacità di affrontarlo e di cambiarlo”. Fino agli anni settanta le donne non avuto il diritto, l’opportunità e, se vogliamo, il dovere di parlare dei propri segreti, per la paura di perdere, sempre secondo la Estés, valore in termini di desiderabilità, per il timore di rompere relazioni importanti o per il timore addirittura di aumentare la violenza nei propri confronti.

Bisogna continuare a trovare altre parole per le donne, in modo che si possa sempre più trasmettere significati che ci aiutano a vedere, a sentire, a partecipare,  a dare voce a chi non ce l’ha. Sono parole che spaventano e sono, talvolta, fraintese. Parità di valore, di possibilità, non vuol dire di per sé omologazione di ruoli, come per lungo tempo si è voluto far credere. Significa piuttosto riconoscere l’importanza della diversità, dando però  pari possibilità nel mondo, esteriore e interiore. E’ questa una battaglia da non lasciare cadere poiché può trovare terreno fertile in una società che è già cambiata e ancora può evolversi, screditando le manifestazioni di questo fenomeno e sancendo l’importanza di una cultura di genere.


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